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La sindrome X

Parrebbe il titolo di un film di fantascienza, invece è solo l’ inizio di una storia antica, come l'uomo.

L’uomo primitivo, per sopravvivere, mangiava ciò che riusciva a procurarsi quando e come poteva; quindi, saltuariamente.

Il metabolismo dell’uomo era, ai tempi, parsimonioso; immagazzinava più scorte possibili per poter far fronte agli inevitabili periodi di digiuno. E’ così che il metabolismo, nel corso di secoli, ci è stato trasmesso.

Grande cantonata del nostro DNA che non è riuscito ad adeguarsi ai tempi moderni in cui l’ uomo non ha più bisogno di fare scorte perchè la società del benessere gli fornisce tutto il cibo che vuole, a tutte le ore, di tutti i tipi.

Nascono così le gravi turbe metaboliche che interessano in primis, gli zuccheri nel sangue e l’ ormone che consente alle cellule del nostro organismo di utilizzarlo, l’insulina. Il fatto è che le nostre cellule non ne vogliono sapere dell’insulina; spesso non la riconoscono e da qui origina tutta una serie di problemi che non viaggiano da soli bensì in triste compagnia.

Ecco da dove nasce la Sindrome X che vanta una decina di altri nomi e che, ancora oggi, è causa di infervorate discussioni tra i super clinici circa l’origine prima, scatenante della stessa.

Cos’è che innesca il meccanismo?
Se ne discute ancora.

La tesi maggiormente accreditata è che lo sviluppo della insulino-resistenza dipenda dalla interazione, da un lato, dei fattori genetici, cioè costituzionali dell’individuo e non modificabili, dall’altro di elementi ambientali, e quindi modificabili, quali l’inattività fisica e l’eccessiva e squilibrata alimentazione. Questi fattori, nel tempo, possono condurre a diverse conseguenze che sfociano nell’ipertensione, nella dislipidemia ed in una ridotta tolleranza al glucosio, responsabili, a loro volta, di alterazioni dell’endotelio dei vasi e quindi di aterosclerosi, infarto e ictus.

Anche l’obesità centrale sembra svolgere un ruolo chiave nel determinismo dell’iperglicemia, in quanto aumenta gli acidi grassi liberi (ffa), che verranno utilizzati dal muscolo al posto del glucosio, che resta così in circolo.

L’ultima definizione della Sindrome X, in accordo con l’International Diabetes Federation (Alberti G. mm et al, Lancett 2005) è la seguente:

Obesità centrale (circonferenza della vita maggiore a 94 cm negli uomini 80 cm nelle donne), più due delle seguenti:

 1. pressione sistolica e diastolica maggiori o uguali a 130 e 85 mmhg; oppure pazienti in trattamento farmacologico dell’ipertensione;

 2. trigliceridi plasmatici maggiori di 150 mg/dl, oppure corrente trattamento farmacologico delle deslipidemie;

 3. colesterolo hdl inferiore a 40 mg/dl negli uomini e 50 mg/dl nelle donne, oppure corrente trattamento farmacologico delle deslipidemie;

 4. glicemia a digiuno maggiore o uguale a 100 mg/dl.

Negli U.S.A. questa sindrome colpisce circa il 50% della popolazione sopra i 50 anni e spesso non viene diagnosticata nella sua completezza. Anche in Italia i pazienti con sindrome plurimetabolica vengono curati parzialmente con interventi settoriali su specifiche componenti della patologia ottenendo effetti non risolutivi. Effetti che, invece, si otterrebbero con un calo ponderale, grazie a diete accorte e ad adeguata attività fisica. Questo dimostra il valore dell'approccio interdisciplinare alla sindrome plurimetabolica. Il calo di peso infatti riduce tutti i livelli di criticità delle patologie correlate all'obesità, riducendo così la mortalità e i gravi rischi che i pazienti corrono.

Di Sindrome plurimetabolica si è parlato a Panacea 13 anni or sono con il prof. Gaetano Crepaldi, allora Direttore della Clinica Medica di Padova, che nel 1966, insieme al prof. Piero Avogaro, descrisse per primo la sindrome.


Di Sindrome X si parla oggi con il Prof. Enrico Agabiti Rosei, Direttore della Clinica Medica di Brescia. Clinici a confronto tra ieri ed oggi per vedere cosa è cambiato nella comprensione della sindrome plurimetabolica e nel suo trattamento.




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