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La memoria perduta
Luis Buñuel, il paradossale e nichilista regista freudiano, sulla memoria fece questa concisa affermazione: “Noi siamo la nostra memoria, senza di essa noi non siamo nulla“. Ovidio, molto prima di lui aveva affermato: “Juvat meminisse beati temporis“ (è bello ricordare i bei tempi).
Le persone affette dal morbo di Alzheimer in realtà non ricordano più né i momenti belli né quelli brutti; vivono in un’altra dimensione dove l’oblio regna sovrano e, soprattutto, indiscusso. Ma da dove viene questa malattia che ruba i malati agli affetti più cari ed alla vita stessa? Era il 4 novembre 1906 quando il neurologo tedesco Alois Alzheimer descrisse il caso di Frau Auguste, affetta da una grave forma di demenza progressiva. Da allora ad oggi sono trascorsi più di cento anni e la patologia ha assunto dimensioni epidemiche allarmanti, con una prevalenza destinata ad aumentare per il progressivo invecchiamento della popolazione.
Il morbo di Alzheimer è un «processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l'individuo che ne è affetto incapace di una vita normale». Il rischio di contrarre la malattia aumenta con l'età: si stima che circa il 20% della popolazione ultra ottantacinquenne ne sia affetta. In italia ne soffrono circa 800 mila persone, con un incremento di circa 80 mila casi ogni anno per cui si prevede che nel 2020 l’incidenza annua sarà di 113 mila nuovi casi.
Nel mondo sono circa 27 milioni le persone affette dalla demenza neurodegenerativa più grave che esista. Cosa accade nel cervello di un ammalato di morbo di Alzheimer? Accade che le cellule neuronali (particolarmente quelle dell’ippocampo, struttura profonda del cervello che interviene nell'apprendimento e nei processi di memorizzazione) vengono distrutte da una proteina (la betamiloide) che, depositandosi tra i neuroni, li mette fuori uso inglobandoli in placche e grovigli "neurofibrillari". Questa alterazione anatomica si traduce in una forte diminuzione dell’acetilcolina, un neurotrasmettitore fondamentale per la comunicazione tra neuroni, e dunque per la memoria e per ogni altra facoltà intellettiva. Questo spiega il decorso della malattia che si manifesta inizialmente con un deficit di memoria limitato a sporadici episodi nella vita quotidiana, come il ricordarsi cosa si è mangiato a pranzo oppure cosa si è fatto durante il giorno, poi inizia ad interessare anche la memoria di ciò che riguarda l'organizzazione del futuro prossimo, come il ricordarsi di andare a un appuntamento. Mano a mano che il deficit aumenta, la perdita della memoria arriva a colpire fatti della propria vita o di eventi pubblici del passato e le conoscenze acquisite, mentre la memoria che riguarda l'esecuzione automatica di azioni viene relativamente risparmiata. La perdita della memoria arriva anche a cancellare i volti dei parenti e delle persone care. Ai deficit cognitivi si aggiungono infine complicanze generali internistiche che portano a una compromissione insanabile della salute.
L’Alzheimer rappresenta una delle maggiori sfide sanitarie e sociali del nostro tempo. Il costo sociale complessivo della patologia è di circa 14.500 milioni di euro l’anno, con una spesa annua per famiglia pari a 53.982 euro. Il costo più elevato è però quello emotivo e riguarda i famigliari e tutti coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nella cura ed assistenza di questi pazienti che possono sopravvivere anche per 20 anni dopo la diagnosi di malattia.
A che punto è la terapia? Al momento non esiste una terapia che permetta di curare l' Alzheimer, ma sono state proposte diverse strategie terapeutiche che puntano a modulare farmacologicamente alcuni dei meccanismi patologici che ne stanno alla base. Le forme di trattamento non-farmacologico consistono prevalentemente in misure comportamentali, di supporto psicosociale e di training cognitivo. Ma ciò che dobbiamo ricordarci è che, in qualche misura, il morbo di Alzheimer è prevenibile. Per far questo è necessario modificare stili di vita scorretti, adottando una corretta alimentazione, abolendo fumo, alcool ed altre droghe e soprattutto continuando ad allenare la nostra memoria. A tal proposito, la “settimana enigmistica” è un grande alleato terapeutico! Ancora più importante sarebbe non cristallizzare i propri interessi mentali solo al lavoro quotidiano cercando invece di apprendere nuove cognizioni in campi intellettivi diversi. Un’ altra arma vincente, come documentato da numerosi studi in merito, è , infine, l’attività sportiva. L'Alzheimer si può sconfiggere in palestra, in piscina o in campagna. Infatti il rischio di demenza senile tra gli over-65 si riduce del 30- 40 % in coloro che svolgono attività fisica anche di intensità moderata. (15 minuti di camminata tre volte a settimana ). Difficile dire come faccia lo sport ad “ allenare” il cervello contro l'Alzheimer, ma è plausibile che la ginnastica migliori e protegga la funzione nervosa stimolando il flusso di sangue in aree del cervello importanti per memoria e funzioni cognitive, che sono le funzioni attaccate dalla demenza.

Di Alzheimer, di come si manifesta, di come fare diagnosi precoce e di come curarla e prevenirla si parlerà in studio con i seguenti ospiti:
Prof. Pierfranco Spano, prof. Ordinario di Farmacologia e Direttore della Scuola di specializzazione in Farmacologia Medica, Univ. degli Studi di BS;
Dott. Giovanni Frisoni, vice-direttore scientifico del Centro Nazionale per la malattia di Alzheimer e le altre malattie psichiatriche- I.R.C.C.S. Fatebenefratelli, BS;
Dott. Lucio Zanchi, amministratore delegato di Millennium Sport & Fitness.
Presenti in studio come testimonial d’eccezione: Ambra Angiolini e Francesco Renga.

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