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Il dono
A distanza di 40 anni dal rapporto dell’“Ad Hoc Commettee“ dell’ Harvard Medical School, i trapianti d’organo sollevano ancora grandi discussioni sulle più importanti tematiche riguardanti la vita, la morte ed i loro confini. Il rapporto, frutto di un lavoro rigoroso e congiunto di medici, scienziati, uomini di legge e teologi, stabiliva una nuova concezione di morte che non si identificava più con l’arresto dell’attività cardiaca bensì con l’elettroencefalogramma piatto, vale a dire con la morte cerebrale. Un grande passo in avanti che, negli ultimi decenni, ha permesso di salvare da morte certa milioni di persone in tutto il mondo grazie al trapianto di organi e tessuti. C’è però chi, anche tra certa intellighenzia, ancora oggi pensa che non è poi così certo che la morte cerebrale corrisponda alla reale cessazione della vita.

“Come può un cuore che batte, un organismo che continua ad essere vivo e che, pur assistito in modo intensivo, riesce anche a portare a termine una gravidanza, definirsi morto, senza più vita?”

In sintesi è questa la domanda che si è posta la storica cattolica Lucetta Scaraffia e lo ha fatto attraverso il suo editoriale sul quotidiano della Santa Sede “L’Osservatore Romano“ e poco importa se il Vaticano ha subito chiarito che la sua posizione rimaneva invariata rispetto a 40 anni or sono; il seme del dubbio è stato ancora una volta gettato su un terreno reso in questi ultimi tempi ancora più fertile per il timore che la morte oggi incute. Perché morire oggi fa paura: per le terapie infinite, per i volti sconosciuti, per gli ultimi attimi vissuti, spesso in solitudine, in un ambiente estraneo ed anonimo. Non è la prima volta che in Italia accade qualcosa del genere. In molti ricorderanno la trasmissione sulla Rai di otto anni fa in cui Adriano Celentano gettava ombre sulla donazione di organi prelevati da cadavere sostenendo che non era poi così sicuro che il donatore al momento del prelievo fosse realmente morto. L’affermazione del molleggiato nazionale suscitò una reazione bipartisan, da parte di chi queste cose le aveva sempre pensate e da parte di chi le aveva comprese grazie all’evidenza scientifica della moderna medicina.

Notizie, queste, che rischiano di danneggiare la cultura della donazione che è una cultura d’amore verso il prossimo tra le più grandi e nella quale non vi è nessuna altra volontà se non quella di salvare vite umane da morte certa, nel massimo rispetto di chi dona. Questo concetto è stato ribadito recentemente da Papa Benedetto XVI in un incontro con i partecipanti al Congresso sulla Donazione di Organi promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita: ”L’atto d’amore che viene espresso con il dono dei propri organi vitali permane come una genuina testimonianza di carità che sa guardare al di là della morte perchè vinca sempre la vita".

Del valore di questo gesto dovrebbe essere ben cosciente il ricevente; egli è destinatario di un dono che va oltre il beneficio terapeutico. Ciò che riceve, infatti, prima ancora di un organo è una testimonianza d’ amore che deve suscitare una risposta altrettanto generosa, così da incrementare la cultura del dono e della gratuità... la via maestra da seguire - ha concluso Benedetto XVI - fino a quando la Scienza giunga a scoprire eventuali forme nuove e più progredite di terapia, dovrà essere la formazione e la diffusione di una cultura della solidarietà che si apra a tutti e non escluda nessuno”.

Vale la pena ricordare che, grazie alla donazione d’organi, in tutto il mondo negli ultimi 50 anni sono stati eseguiti circa 550.000 trapianti di rene, 120.000 trapianti di fegato, 70.000 di cuore e decine di migliaia fra trapianti di polmone, di pancreas e di rene e pancreas insieme. Organi donati a persone che altrimenti sarebbero morte o sopravvissute malamente in dialisi (che si fa 4 ore al giorno, 3 giorni alla settimana, 4 settimane al mese, 12 mesi all’anno!).

Nel nostro Paese, le persone in lista d’attesa per ricevere un trapianto d’ organo sono più di 10.000. Di questi, arrivano al trapianto circa 3.500. Gli altri rimangono in lista d’attesa e così, aspettando, circa 3 persone al giorno muoiono e gli altri continuano a sperare nell’ organo miracoloso per tornare a vivere di nuovo. Perchè è proprio così: chi ha la fortuna o la buona sorte di ricevere l’organo al momento giusto, torna a vivere. I trapiantati lavorano, viaggiano, fanno sport. I soggetti in età fertile possono avere figli, le giovani donne trapiantate possono portare a termine una gravidanza. E’ la vita che continua e, con le attuali terapie antirigetto e quelle miranti ad indurre tolleranza nell’organismo ricevente, ci sono buone speranze che un trapianto possa durare per sempre. Ecco dunque che la cultura della donazione diventa fondamentale in un Paese civile.

Della donazione di organi e tessuti e delle problematiche ad essa strettamente correlate, parleranno in studio i seguenti relatori:
Prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore del Dipartimento di Immunologia e Clinica “Ospedali Riuniti“ di Bergamo e Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri“ Bergamo;
Don Maurizio Funazzi, Direttore dell’ Ufficio Diocesano per la Pastorale della Salute, Brescia;
Dott. Ottorino Barozzi, Coordinatore dei Prelievi dell’ Area Bresciana- Azienda Ospedaliera- “Spedali Civili“ di Brescia.

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