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Le demenze, tra cure e care

Ore 12:12 lunedì, 23 aprile 2012
Le demenze, tra cure e care
Il 4 novembre 1906 il neurologo tedesco Alois Alzheimer presentò in un convegno scientifico a Tübingen il caso di Frau Auguste Deter, una donna di 51 anni affetta da grave forma di decadimento psichico con perdita di memoria, difficoltà nel parlare e nel comprendere. Nel giro di solo cinque anni dalla prima osservazione, la paziente era andata incontro a rapido e progressivo peggioramento sino alla morte nel 1906. Alzheimer ottenne dai familiari di Auguste D. il permesso di approfondirne le cause della malattia e della morte; scoprì così che nel cervello della donna erano presenti importanti alterazioni dello strato più esterno della corteccia cerebrale, quello coinvolto nel pensiero, nel giudizio e nella parola. L' indagine al microscopio aveva inoltre evidenziato diffusi depositi di grasso nei piccoli vasi sanguigni e cellule cerebrali degenerate con presenza di depositi anomali dentro ed attorno alle cellule stesse. La storia di Auguste D. fu descritta e pubblicata da Alzheimer nel 1907. Nel 1910, lo psichiatra Emil Kraepelin, famoso per le sue classificazioni delle malattie nervose, propose che la patologia descritta da Alzheimer, portasse il suo nome. Da allora a oggi sono trascorsi più di cento anni e la patologia ha assunto dimensioni epidemiche allarmanti, con una prevalenza destinata ad aumentare anche per il progressivo invecchiamento della popolazione.

Il morbo di Alzheimer rappresenta il 60% circa di tutti i tipi di demenza ed è un "processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l'individuo che ne è affetto incapace di una vita normale". Il rischio di contrarre la malattia aumenta con l'età: si stima che circa il 20% della popolazione ultra ottantacinquenne ne sia affetta. Nel mondo sono circa 27 milioni le persone affette dalla demenza neurodegenerativa più grave che esista; In Italia ne soffrono circa 800 mila persone; ogni anno vengono fatte 100.000 nuove diagnosi e si prevede che nel 2020 l'incidenza annua sarà di 115 mila nuovi casi.

Cosa accade nel cervello di un ammalato affetto da Alzheimer? Accade che le cellule neuronali (particolarmente quelle dell'ippocampo, struttura profonda del cervello che interviene nell'apprendimento e nei processi di memorizzazione) vengono distrutte da una proteina (la betamiloide) che, depositandosi tra i neuroni, li mette fuori uso inglobandoli in placche e grovigli "neurofibrillari". Questa alterazione anatomica si traduce in una forte diminuzione dell' acetilcolina, un neurotrasmettitore fondamentale per la comunicazione tra neuroni, e dunque per la memoria e per ogni altra facoltà intellettiva. Questo spiega il decorso della malattia che si manifesta inizialmente con un deficit di memoria limitato a sporadici episodi nella vita quotidiana, come il ricordarsi cosa si è mangiato a pranzo oppure cosa si è fatto durante il giorno, per poi interessare anche la memoria di ciò che riguarda l'organizzazione del futuro prossimo, come il ricordarsi di andare a un appuntamento. Mano a mano che il deficit aumenta, la perdita della memoria arriva a colpire fatti della propria vita o di eventi pubblici del passato e le conoscenze acquisite, mentre la memoria che riguarda l'esecuzione automatica di azioni viene relativamente risparmiata. La perdita della memoria arriva anche a cancellare i volti dei parenti e delle persone care. Ai deficit cognitivi si aggiungono infine complicanze che portano a una grave compromissione generale della salute. La malattia di Alzheimer rappresenta una delle maggiori sfide sanitarie e sociali del nostro tempo. I costi legati all'Alzheimer ammontano all' 1% del Pil mondiale, oltre 604 miliardi di dollari; In Italia il costo socio-sanitario complessivo della patologia è di circa 14.500 milioni di euro l'anno, con una spesa annua per famiglia pari a 53.982 euro. Il costo più elevato è però quello emotivo e riguarda i famigliari e tutti coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nella cura ed assistenza di questi pazienti che possono sopravvivere anche per 20 anni dopo la diagnosi di malattia.

Oggi le nuove metodologie diagnostiche di neuroimaging e biochimica plasmatica e liquorale consentono di effettuare diagnosi precoci e quindi anche di impostare trattamenti in una fase molto iniziale della malattia. Anche se, bisogna ricordarlo, al momento non esiste una cura rivoluzionaria in grado di sconfiggere l' Alzheimer. L' unico approccio terapeutico è rappresentato dagli inibitori delle colinesterasi e dalla memantina cloridrato, antagonista a bassa affinità del recettore N-Metil-D-Aspartato che pare blocchi gli effetti eccito-tossici del glutammato. All' orizzonte, per adesso, non si vedono altre molecole. Le forme di trattamento non-farmacologico consistono prevalentemente in misure comportamentali, di supporto psicosociale e di training cognitivo. Lo scopo principale di interventi in questa logica è assicurare il massimo di benessere della persona ottenibile attraverso tre elementi: " gli individui con i quali interagisce la persona colpita da una demenza, lo spazio fisico nel quale la persona vive ed i programmi e le attività che coinvolgono l' ammalato" ( Antonio Guaita con Marc Jones/ Jama 305,402,2011 ). Questo approccio consente di migliorare la qualità dell' assistenza attraverso interventi che agiscono sugli operatori, sullo spazio fisico e sui programmi di lavoro. E' doveroso anche ricordare il valore della prevenzione per contrastare la comparsa del morbo di Alzheimer. Per far questo è necessario modificare stili di vita scorretti, adottando una corretta alimentazione, abolendo fumo, alcool e altre droghe e soprattutto continuando ad allenare la nostra memoria. Ancora più importante sarebbe non cristallizzare i propri interessi mentali solo al lavoro quotidiano cercando invece di apprendere nuove cognizioni in campi intellettivi diversi. Un' altra arma vincente, come documentato da numerosi studi in merito, è , infine, l'attività sportiva. Infatti il rischio di demenza senile tra gli over-65 si riduce del 30- 40 % in coloro che svolgono attività fisica anche di intensità moderata (15 minuti di camminata tre volte a settimana ). Difficile dire come l'attività fisica riesca ad " allenare" il cervello proteggendolo dall'Alzheimer, ma è plausibile che la ginnastica migliori e protegga la funzione nervosa stimolando il flusso di sangue in aree del cervello importanti per memoria e funzioni cognitive, che sono le funzioni attaccate dalla demenza.

I problemi di una famiglia quando un congiunto si ammala di Alzheimer è enorme. A chi rivolgersi? Quali sono i centri di diagnosi e di cura? Quali strutture di assistenza? A queste e ad altre domande risponderanno gli ospiti di Panacea:

Prof. Marco Trabucchi
Presidente dell' Associazione Italiana di Psicogeriatria

Dott. Angelo Bianchetti
Responsabile U.O. Medicina, Istituto Clinico S. Anna, Gruppo Ospedaliero San Donato- Brescia

Dott. Renzo Rozzini
Responsabile del Dipartimento di medicina Interna e Geriatria, Istituto Ospedaliero- Fondazione Poliambulanza Brescia

Dott. Simone Franzoni
Geriatra, Responsabile U.O. Medicina, Istituto Clinico Città di Brescia

Dott. Alfonso Piccoli
Corresponsabile dell' U.O. Medicina, Istituto Clinico San Rocco Ome (Bs)  



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