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All'ombra della Mimosa

Ore 18:02 lunedì, 18 febbraio 2013
All'ombra della Mimosa
 La cinquantasettesima Sessione della Commissione sulla Condizione delle Donne (57 Commission on the Status of Women) si terrà presso la sede delle Nazioni Unite a New York dal 4 al 15 marzo 2013. Parteciperanno alla sessione i rappresentanti degli Stati membri, gli enti delle Nazioni Unite e le ONG con status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) provenienti da tutte le regioni del mondo. La sessione del 2013 è dedicata principalmente alla eliminazione e prevenzione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze (Elimination and prevention of all forms of violence against women and girls).

Tema già affrontato dalla prof.ssa Rita Levi Montalcini nel Marzo 2007, durante la 51 Sessione della C.S.W., con una conferenza sulla 
"Violenza contro le donne e le bambine: problemi urgenti e soluzioni".

Da allora sono trascorsi sei anni e il ricordo di quella giornata all' ONU è ben presente nella mia memoria, così come il Suo ottimismo e il Suo fermo credo nell' Istruzione come forma di riscatto per la donna da qualsiasi forma di violenza psichica e fisica. Rita Levi Montalcini non è più tra noi ma i suoi messaggi sono diventati i nostri obiettivi anche se la violenza impera ancora ovunque e oggi, forse più di ieri, continua a mietere vittime innocenti. Nella classifica del Gender Gap Report sulla condizione della donna nel mondo, stilata dal World Economic Forum, nel 2012 l'Italia è passata dal 74° all'80° posto, dopo il Ghana e il Bangladesh, e la violenza domestica è la prima causa di morte tra le donne di età compresa tra i 16 e i 44 anni. In una recente Interpellanza parlamentare sono stati presentati i dati EURES-Ansa che confermano l' aumento degli omicidi di donne per mano di mariti, ex coniugi e conviventi. L'Interpellanza chiede al Governo di adottare misure immediate e urgenti al fine di contrastare e prevenire efficacemente il crescente dramma del femminicidio e della violenza contro le donne.

"L'Italia deve fare molto di più, c'è uno scarto tra la legge e la sua applicazione che va colmato, le donne non sono il problema ma la soluzione", questo l'accorato appello di Violeta Neubauer, membro del Comitato Onu per l'eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne, che vigila sull'applicazione dell'omonima convenzione internazionale, la Cedaw, alla Camera dei deputati, in occasione della presentazione del rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia.

Gli ultimi dati forniti dall' EURES (European Employment Services - Servizi Europei per l'Impiego), rivelano che nel nostro Paese il 25% degli omicidi sono domestici, 7 vittime su 10 sono donne, 8 assassini su 10 sono uomini.
Solo l'8%-10% delle donne denuncia una violenza subita. Il 90% non lo fa. Circa l'80 % degli uomini violenti sono familiari, il 20% sono sconosciuti. Non è sterile tornare su numeri e percentuali, serve invece a dar conto della portata del fenomeno; gli ultimi dati Istat rivelano che circa 10 milioni di donne, tra i 16 ed i 70 anni, hanno subito violenze fisiche e/o sessuali nel corso della loro vita e che circa un milione sono state vittime di ricatto sul lavoro.
Prima del cancro, prima degli incidenti stradali e della guerra, si legge su una rivista giuridica della facoltà di legge della Harvard University, ad uccidere le donne nel mondo o a causarne l'invalidità permanente è la violenza subita, nella maggior parte dei casi, da parte dell'uomo. E non si tratta di comportamenti che si registrano solamente in realtà disagiate.

Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni sono concordi nell'affermare che la violenza contro le donne è endemica nei Paesi industrializzati come in quelli emergenti. In tutto il mondo le bambine, a qualsiasi ceto sociale esse appartengano, sono spesso vittime di abusi di vario genere, di atti di violenza inaudita inferti loro proprio da chi dovrebbe tutelarne istruzione, salute e futuro. Il vero e grande problema della violenza è di fatto legato a doppio filo alle complesse dinamiche familiari che si consumano tra le mura domestiche e che vedono nel ruolo del carnefice, lui: marito, fidanzato, padre, convivente, ex-coniuge, comunque persona spesso amata da lei che incarna il ruolo della vittima.

Secondo l'O.M.S., almeno una donna su cinque ha subito, nel corso della sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo. Nel nostro Paese, negli ultimi dieci anni, le violenze sessuali denunciate sono aumentate del 22% perché finalmente le donne escono allo scoperto e denunciano i loro persecutori. Ma il sommerso è ancora enorme! Il fatto è che spesso le donne vittime non hanno la consapevolezza di essere tali ed il silenzio rappresenta, per la maggior parte di loro, l'ultimo baluardo di difesa da una realtà che altrimenti le distruggerebbe per sempre. Una sorta di sindrome di adattamento che si riscontra anche nelle vittime dei sequestri di persona. L' ONU, nel 1993 alla conferenza di Vienna, ha proclamato i diritti delle donne come diritti umani a pieno titolo ed ha definito la violenza di genere una violazione dei diritti umani: "Qualunque atto di violenza sessista che produca o possa produrre danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che in quella privata".

Da allora ad oggi, altre conferenze internazionali, altri dibattiti, eppure…il tema della violenza contro le donne rimane controverso: la violenza privata contro le donne è o non è una violazione dei diritti umani? E soprattutto: perché continuare a circoscrivere alla sfera privata crimini che violano il principio fondamentale dell'uguaglianza tra gli esseri umani?
La violenza sessuale è spesso frutto di una lucida e perversa strategia che mira a stabilire domini e disuguaglianze. Per spingere le vittime a raccontare gli orrori subiti occorre che tutta la società civile si impegni in un progetto culturale di cambiamento e di accoglienza. Troppo facile voltare la faccia e far finta di non sentire né vedere.
È così che il silenzio delle vittime diventa silenzio della società. E viceversa. "La Verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo è taciuta" così scriveva nel suo "Diario" Anne Frank circa 60 anni fa. Così è anche oggi! Quando le vittime incontrano qualcuno disposto ad ascoltare: parlano. Quando incontrano chi sa vedere: mostrano. Quando incontrano chi sa dare il giusto nome alle ferite loro inferte: riferiscono, anche ciò che avevano rimosso e sepolto.
Se partiamo da questi presupposti allora si potranno finalmente trovare nuove e definitive soluzioni ai problemi legati alla violenza. Ma, accanto alle cure delle differenti malattie psico-somatiche con le quali la violenza subita si manifesta, occorre che ci sia un vero e proprio rinnovamento culturale che miri ad educare i giovani, uomini e donne, a una consapevolezza difficile ma necessaria e cioè che accanto a un mondo in cui le relazioni umane sono regolate dal reciproco rispetto ne esiste un altro, parallelo, abitato da persone che abusano della disponibilità altrui al dialogo e alla comprensione per meglio sfruttare e opprimere l'altro. Di questi individui che, in casi estremi, la criminologia definisce perversi, dobbiamo imparare a riconoscere l'esistenza e la pericolosità.

Panacea, nel mese delle mimose, dedica a tutte le donne e in particolare a quelle che si preparano a costruire la storia del futuro del mondo all'insegna dell'amore, della giustizia, della non-violenza e del non potere una trasmissione realizzata nel 2007 con la prof.ssa Rita Levi Montalcini, in occasione della giornata internazionale della donna.

Ospiti in studio nel 2007
prof. Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina 1986
dott.ssa Giuseppina Tripodi, sua strettissima collaboratrice

Ospite in studio oggi
Dott.ssa MariaGrazia Fasoli, farmacologa, psicoterapeuta



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